Filo Spinato Chi sono
Chi sono
Mi chiamo Filippo Garrido, ho 23 anni, e questo è il posto dove metto le cose che non mi tornano.
Studio scienze della comunicazione a Roma Tre. D'estate sto al lago, sul basso Garda, dove lavoro agli scivoli del parco acquatico. D'inverno sto ai Castelli Romani, da mia zia e mio zio che mi ospitano. Quando qualcuno mi chiede di dove sono devo fare una premessa, e ancora non ho capito se è un problema mio o se ho solo preso la piega di famiglia.
Perché la piega c'è, ed è più vecchia di me. Mio nonno è partito da Ceuta e si è fermato in Germania, che non era il posto dove voleva arrivare: era il posto dove c'era lavoro. Lì ha incontrato mia nonna, salita da un paese in provincia di Trapani per lo stesso motivo. Si sono messi insieme in un posto che non era di nessuno dei due, hanno fatto due figli, poi sono venuti sul lago e hanno fatto il terzo. Da vecchi sono tornati in Sicilia.
Quindi quando dico che non ho ancora un posto mio, forse non sto dicendo niente di speciale.
In famiglia non ce l'ha mai avuto nessuno.
Mio padre lavora come un dannato. Mia sorella il suo posto se lo tiene stretto: insegue le responsabilità che a una ragazza giovane tocca portare, e le insegue davvero, mentre io faccio su e giù e non inseguo niente. Non so se sia più coraggiosa di me o solo più spaventata. Probabilmente nessuna delle due, e me la sto raccontando io.
Mia mamma non c'è più. È una cosa che prima o poi qui dentro proverò a scrivere per bene, ma non oggi, e non in una pagina che serve a presentarmi.
Io in mezzo mi sono un po' smarrito. Tre anni su e giù tra Roma e Verona, e dentro quei tre anni un sacco di cose che non ho ancora sistemato. Forse sono qui per quello: per metterci un punto, ricordarle senza che facciano male, e ripartire.
Che dovevo aprire questo posto l'ho capito guardando le note del telefono. Cartelle mezze lavorate, frasi buttate lì senza un prima e un dopo, discorsi fatti da solo con me stesso. Nessuna finita. Era roba che chiedeva di uscire e io non sapevo nemmeno cosa fosse. Forse solo il vero Filippo.
Se mi conoscete dai video, sappiate che lì e qui non sono la stessa persona, ma non perché una delle due sia finta. Nei video sono spontaneo e leggero, e ci sto bene: voglio far vedere i colori e le suonerie che mi girano intorno tutti i giorni, non le cose complicate. Qui invece ho tempo. Qui posso pensarci due secondi in più prima di dire una cosa, che è esattamente quello che nella vita non faccio mai.
Poi c'è il nome. Filo sta per Filippo, e fin qui è una battuta facile.
Ma il filo spinato protegge e ferisce con lo stesso gesto, e più ci penso più mi somiglia. Mi succede con gli amici, con la mia famiglia, e soprattutto con una ragazza a cui tengo: costruisco un posto sicuro, uno di quelli dove uno può dire qualsiasi cosa. Poi mi chiudo a guscio. Non ragiono, agisco e basta, e comanda qualcosa di mio che pensa solo a me. E quello che avevo messo su per proteggere qualcuno, con lo stesso identico gesto, gli fa male.
Non credo di essere l'unico. Credo che dovremmo sentirci tutti un po' più filo spinato: sapere che ogni cosa che facciamo può fare bene e male insieme, e imparare a maneggiarla con più cura. Mi sembra una cosa che si sta perdendo.
Una cosa di me non l'ho ancora capita. Provo a essere lucido, provo a essere duro con me stesso, e poi non cambia niente lo stesso. Non so se non lo sono abbastanza, o se il problema viene dopo: vedo bene e resto fermo. Se lo capisco lo scrivo qui.
Comunque non scrivo per convincere nessuno. Scrivo quando qualcosa non mi torna, e ultimamente non mi torna quasi niente.
E se devo dire a chi scrivo: scrivo a me di tre anni fa. Quello che aveva tutte queste cose davanti e non ne aveva capita nessuna. A lui non posso più dirle. Però posso lasciarle scritte, e magari intanto le legge qualcuno che sta lì adesso.